Non sono 64mila: la verità scomoda sulla rete di ricarica elettrica in Italia
Sessantaquattromila.
Suona come una conquista.
Rassicurante.
Quasi definitiva.
Peccato che non sia più il numero giusto.
Chi continua a citare “oltre 64mila punti di ricarica” sta leggendo una fotografia di fine 2024. Oggi la rete pubblica italiana supera i 70mila punti. La soglia psicologica è stata oltrepassata nel 2025. Il contatore ha continuato a salire.
Il dato è semplice. La percezione no.
La mente umana ama la prima cifra che incontra. La ripete. La cristallizza. La difende come se fosse un confine storico. Funziona così: se hai sentito per mesi che “le colonnine sono 64mila”, continuerai a dirlo anche quando diventano 70mila. Il numero iniziale diventa un’ancora. Il resto fatica a entrare.
Nel frattempo, l’infrastruttura cresce.
Oltre settantamila punti pubblici significa una rete che, almeno sul piano quantitativo, ha superato la fase pionieristica. Non è più un esperimento da fiera tecnologica. È un’infrastruttura nazionale.
Ma attenzione. Totale non significa equilibrio.
La distribuzione resta sbilanciata verso il Nord. Lombardia, Veneto, Emilia Romagna concentrano una parte consistente delle installazioni. Il Centro segue. Il Sud cresce, ma con un ritmo diverso. La mappa della ricarica replica la mappa del PIL. Come nell’Italia postunitaria, le ferrovie arrivarono prima dove già c’era industria.
Chi osserva solo il numero totale rischia di confondere la media con la realtà. È come dire che la profondità media di un fiume è un metro e mezzo, poi annegare dove l’acqua arriva a tre. La rete nazionale esiste, ma la continuità territoriale non è omogenea.
Altro punto cruciale: potenza e qualità.
Non conta solo quante colonnine ci sono. Conta quante sono in corrente continua ad alta potenza. Conta quante sono operative. Conta quante sono in autostrada. Conta la percentuale di aree di servizio realmente attrezzate. Un’infrastruttura non è un elenco Excel. È affidabilità quotidiana.
Sul fronte autostradale i numeri migliorano, ma non sono ancora universali. Meno della metà delle aree di servizio risulta dotata di ricarica. Questo significa che il viaggio lungo richiede pianificazione. Non è più un azzardo, ma non è ancora automatismo.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha messo sul tavolo migliaia di nuove installazioni entro il 2026. Sulla carta, l’Italia ha obiettivi ambiziosi. La vera partita, però, non è l’annuncio. È l’esecuzione. Tempi autorizzativi, connessioni alla rete, iter burocratici, coordinamento tra pubblico e privato. Qui si misura la distanza tra intenzione e capacità.
Molti continuano a ripetere che “mancano le colonnine”. Altri sostengono che “ormai il problema è risolto”. Entrambe le frasi rassicurano chi le pronuncia. La prima alimenta diffidenza. La seconda compiacimento. Nessuna delle due aiuta a capire.
Il dato corretto oggi non è più 64mila. È oltre 70mila punti di ricarica pubblici. Crescita significativa. Accelerazione evidente. Segnale industriale chiaro.
La domanda vera non è quante siano in Italia.
La domanda è se, nella tua provincia, nella tua tratta casa lavoro, nella tua area industriale, l’auto elettrica sia una scelta razionale o una scommessa.
La mobilità elettrica non si gioca sui comunicati. Si gioca sull’esperienza quotidiana. Se la ricarica è semplice, veloce, disponibile, il mercato cresce. Se richiede ansia e pianificazione da scacchista, il mercato rallenta.
Platone direbbe che stiamo discutendo dell’ombra sulla parete. Il numero totale è l’ombra. La realtà è la distribuzione, la potenza, l’affidabilità.
L’Italia oggi non è ferma. Non è neppure arrivata.
Chi usa ancora il numero 64mila racconta il passato.
Chi guarda solo il totale racconta una mezza verità.
Chi analizza la qualità della rete racconta il presente.
La mobilità elettrica non è una fede. È un’infrastruttura.
Le infrastrutture non si giudicano per slogan. Si giudicano per funzionamento.
Aggiornare i numeri è un atto di onestà intellettuale.
Aggiornare l’analisi è un atto di responsabilità.
La vera domanda, adesso, non è quante colonnine abbiamo.
La vera domanda è se siamo pronti a trasformare un incremento numerico in un vantaggio competitivo reale.
Il resto è contabilità.
